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Apocalisse Metropolitana

Scritto da Carlo Munari.

E' il narratore dell'apocalisse metropolitana. Un narratore implacabile e implacato se, dipinto dopo dipinto, trascorre una umanita'

crocifissa sull'alienazione oggettiva profetizzata un giorno da Marcuse: una umanità che affronta il ruolo dell'esistere dopo la caduta.
L'eclisse della ragione ha favorito ormai l'insorgere caotica degli istinti primevi ma gli istinti saranno tosto governati dal mass media stessi. Cos'ì, sull'annientamento dei valori permanenti, sul dissolvimento della pietas, il ruolo dell'esistere si dipana nel segno del cinismo, dell'agressività, della violenza.

Di questo universo chiuso in una terribilità senza speranzadi redenzione Arnaldo Miccoli esegue registrazione puntuale ma non neutrale giacchè al fondo di ogni immagine risuona la voce un amaro dissenso, di una condanna che sottende una nostalgia umanista.
La lucidità dell'investigazione consegue del resto a siffatto atteggiamento di uomo civile, che rifiuta la contaminazione, che lotta per mantenere indenne una misura umana; per esso, anzi, l'artista acuirà la facoltà di individuare la contraddizione, i guasti, le storture e le piaghe che nell'opera si assommano e si compenetrano in allarmante successione.
Ma sùbito va notato che, il luogo di ridursi ad un referto sociologico, quell'opera si definisce in una dimensione poetica in ragione di una immaginazione creativa di estrema mobilità che ha contenuti tanto complessi-e spesso impalpabili, sfuggenti come fantasmi-conferisce una divisa linguistica di emblematica icasticità.
Il reale viene in tal modo stravolto in ogni sua connotazione e sottoposto ad una metamorfosi incessante fino a diventare "altro": lo specchio con cui si visualizzano le trame di una crudele notturnità. Il marciapiedi si tramuta nella pista di un circo, il grande magazzino nel tempio che ospita una ritualità laica, il night-club in una camera di tortura. E gli uomini si tramutano in maschere. Maschere torve e irridenti che celano altre maschere ancora, della paura forse, o della viltà, senz'altro della solitudine più opprimente.
L'incontro fra le maschere non genera un dialogo ma provoca un urto, un conflitto che prelude al duello: se la bocca è digrignata in un falso sorriso, la mano tiene stretto il pugnale ed è pronta a colpire. E il riposo della maschera non è lieto, nemmeno è dedito alla meditazione, a un tentativo di riscoperta di sè: similmente a un robot la maschera si trastulla con un jo-jo e il suo gesto è meccanico, comandato dall'esterno. Ugualmente lo svago non è lieto, si presenta piuttosto come una occasione di violenza se la foggia del centauro e del pilota rassomiglia ad una corazza, il loro casco ad un elmo di combattimento. A loro volta le figure femminile alludono ad una promessa amatoria secondo legge naturale. Elefantiache per immonda obesità, ostentano gli accessori di un eros degradato a manifestazioni sadomasochistiche: i loro torsi sono ingabbiati in corpetti di cuoio, gli avambracci sono inguainati nella lucida pelle del guanto, linguine è sfiorato da stivali enormi e complicati, fitti di borche e lacci.
per la modalità delle loro positure, per la temperie stessa su cui giacciono, esse non si apprestano ad un gioco d'amore se pure perverso ma si inizano bensì allo squallore di un solitario esibizionismo. E tanto integrate risultano alla popolazione che gremisce questo cosmo senza luce, in tessuto nelle pulsioni di un furore demenziale, da richiamare alla memoria un vecchio verso di Allen Ginsberg: "A war-creting Whore off Babylon bellowing over Capitols and Academis". (Prostituta di Babilonia creatrice di guerra che grida su Campidogli e Accademie).
Forse, in quel cosmo, solo il Minotauro si isola in un cerchio di superstite dignità poichè il Minotauro rimane la vittima incolpevole, esposta al sospruso, alla tortura e al sacrificio che consumerà Teseo, l' "eroe" ossequiente a un codice eticamente immotivato al pari dei gladiatori convocati da Miccoli.

Incalzante è il discorso dell'artista, senza allentamenti di tenzione, senza cedimenti nella vis espressiva. Un discorso che si espicita mediante un linguaggio dai contorni ormai personalizzati. Partecipe di una cultura figurativa stesa in un arco ideale che dall'espessionismo trapassa la Neue Sachlichkeit per concludersi nelle aree più avanzate del realismo americano, Arnaldo Miccoli è pervenuto ad una calibratura dell'immagine del tutto autonoma, puntualmente connessa alla sua Weltanschauung. Direi anzi che, pur vivendo e operando a New York, l'artista immette nell'opera una componente specificamente "Europea" che, alla lunga, costituisce il suo tratto identificativo.
Ma, per quel che più conta, si tratta di un discorso, che immediatamente coinvolge. E sconvolge. Perchè questo inferno terrestre è, alla fine, il luogo della nostra frequentazione quotidiana.