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Scritto da Vittorio Sgarbi.

Ha una natura articolata e polivalente, ugualmente legata al vecchio e al nuovo, al passato più atavico e al presente più aggiornato, l'arte del pugliese di

nascita  e americano d'adozione, Arnaldo Miccoli. Allievo di Franco Gentilini, presso l'Accademia di Belle Arti di Roma, ha come esempio il Maestro nelle scelte che sono rimaste sostanzialmente invariatenel corso di tuttta la sua attività: figurazioni si, ma in una chiave lontana dalla banalità del virtuosismo realisticofine a se stesso, dalle involuzioni barocche e fanaticamente egocentriche di De Chirico o ancora degli espressionismi "alla Guttuso" e alla "Carlo Levi", figurazioni non come reazione automatica e isterica agli estremismi fondamentalisti dell'Astrattismo, non come difesa di una sopravvivenza archeologica ormai finita ai margini del mondo moderno, ma come coscienza di un linguaggio formaleancora pienamente grado di istituire un dialogo con l'uomo del Novecento evoluto.
Figurazione nel solco di una tradizione italiana rinnovata e vivificata, dimentica di accademismi troppo rivolti alla contemplazione del Rinascimento, dimentica di Valori Plastici  e di Novecento, dimentica di prospettive rigorose e di nitori plastici impeccabili, ma fedele al senso assenziale, istintivo, simmetrico e "voluminoso"della forma che era stata di Morandi, di Carrà, di Campigli, di Sironi. Figurazione che equilibra ragione e sentimento, vis espressiva  e rigore geometrico, gioco e ricerca, come aveva insegnato la pittura di Paul Klee, reinventando un universo che riacquista il sapore acre del primitivo, senza rinnegare il fondo dell'intellettualismo moderno a ciu si affida l'invenzione delle sue apparanze. Figurazione, infine, che si offre come "distillato"lirico del reale, rielaborazioneindividuale della natura in una natura "altra", sfociando inevitabilmente nei terreni dell'immaginazione fantastica anche quando affronta canalidiversi da quelli della Metafisica o del Surrealismo, proponendo attraverso la riflessione sulla forma liberamente inventata, una riflessione più generalesul senso ultimo delle cose.
All'origine, abbiamo detto, Miccoli era come Gentilini, ma non soltanto; in Miccoli diversamente dall'aristocratico" e celebre Gentilini, la componente privitivista sembra nutrirsi di una più intensa vena vernacolare, come se appartenesse non al forbito recupero culturale di un'anima borghese in cerca di emozioni perdute, ma a qualcosa di più visceralmente attinente al vissuto personale, alla gente, ai luoghi, alle tradizionidi cui l'artista è stato parte.
Se per altri la "scoperta" del Primitivismo è stata un percorso affannoso e forzato alla ricerca di lidi incontaminati, più immaginati e reinventati che realmente individuati ( si pensi all'Etruria antica di Campigli, per esempio, lontanissima da qualsiasi parvenza di oggettività), per Miccoli si ha l'impressione che l'analoga operazione abbia comportato sforzi molto meno impegnativi; gli è bastato guardarsi intorno, gli è bastato odorare la terra fragrante e l'aria satura del suo Salento, registrare le facce e i costumi di chi in esso abita da tempo immemorabile, gli è bastato guardarsi dentro per verificare come queste presenze ataviche determinassero in modo eneludibile il suo immaginario, e l'indolo primitivista è sorta spontanea.
E' stato semmai più difficile trasformare questa matrice espressiva in qualcosa di comunicativamente meno legato alla sfera particolare dell'autore, dunque in un linguaggio universale capace di rivolgersi, cosi' come la pittura di Miccoli dichiara, anche a chi nel Salento non sa e magari non vuole nemmeno sapere niente. E' qui che il discorso artistico di Miccoli compie la sua evoluzione probabilmente più significativa e pregnante, con un processo che perviene al conseguimento di una cifra del tutto originale pur arricchendosi di motivi formali, anche assai eterogenei fra loro. E' anche quasi sorprendente osservare come Miccoli riesca ad equilibrare, senza eccessive acrobazie, le diverse inclinazioni stilistiche che di volta in volta ha attraversato e confrontato con il propio Primitivismo originario, quello che abbiamo connotato in relazione agli anni della formazione romana e alla discendenza salentina, facendo leva su un elevato senso della creazione "equilibrata", che ancora una volta non puo' non rimandare a Gentilini.
Si noti, per esempio, come l'innato spirito mediterraneo delle figure di Miccoli, in maggioranza ampie e statiche matrone arcaiche, pre-classiche (come la Donna di Elchie, come il Guerriero di Capestrano) venga spesso calibrato da un improvvisa dusposizione per il grottesco, da un demoniaco desiderio di deformazione fisica che rimanda storicamente alla tradizione nordica e, nello specifico del Novecento, alla Germania di Die Brucke e della Neue Sachlickeit.
Ci ritroviamo così a che fare con volti che innestano in una serenità certamente olimpica, guizzi di elettrica perfidia che riportano alla mente Kirchner, Beckmann, Dix, Grosz; e la cosa non ci risulta affatto impropia o contradditoria, soprattutto se si pensa che simili bagliori, simili scarti, espressivi da maniera a maniera, si possono in fondo intravvedere anche in alcune delle creature fantastiche con le quali gli straordinari scalpellini, al servizio del vescovo Pappagoda, hanno contribuito a fare grande il Barocco Leccese. Allo stesso modo le atmosfere di infanzia del mondo che le immagini di Miccoli riescono a rievocare, sono capaci anche di calarsi nell'attualità più aggiornata, quella made in U.S.A. che l'Artista pugliese conosce così bene per averla sperimentata direttamente, già a partire dagli anni sessanta, querlla della civiltà di massa e dei nuovi miti motropolitani.
Le matrone mediterranee arcaiche e statiche, cambiano nuovamente veste e diventano parenti strette delle modernissime virago di Allen Jones, simboli pop di una sessualità dirompente che minaccia la centralità del potere mascile e alterna disinvoltamente il sadismo al masochismo. E' questa la luce giusta che permette di inquadrare il Primitivismo di Miccoli in termini che esulano dal semplice aspetto stilistico, configurandolo come una vera e propia visione del mondo. Esiste nell'uomo, cioè, una costante "brutalità" che supera il tempo e noon conosce fratture tra passato e presente, un inesauribile "richiamo della foresta" che non solo la società piu evoluta e moderna è riuscita ad assopire, ma che talvolta essa stessa finische per esaltare.
Chi guarda l'aspetto tragicamente fisso e inquietante del giocatore grande di hockey, tipico nuovo eroe delle masse statunitenzi, non puo' non riconoscere in esso la stessa "bestialità" dei gladiatori effigiati nei mosaici delle terme di Caracalla, antichi eroi delle multitudini romane; sono passati diciotto secoli da quei tempi, ma niente sembra essere cambiato da allora. E' l'inconscio, l'irrazionale che continua a trionfare, a determinare la vita interna ed estrena della maggioranza degli uomini. L'anti-classicismo di Miccoli, la sua ostilità ad ogni idealizzazione fisica dell'uomo, è allora lo specchio fantastico di una nozione dell'esistenza che ci identifica tutti come esseri impuri e deformi, vittime dei continui impulsi dell'inconscio, soggetti predisposti geneticamente al brutto e al male. Siamo tutti angeli ribelli in cerca di un paradiso perduto per sempre, sembra dirci Miccoli attraverso le sue visioni pittoriche, angeli che sono caduti nel fango e non riescono piu a liberarsene. Siamo tutti angosciati dalla nostra irrimediabile imperfezione, a noi è negata la bellezza e la saggezza; siamo tutti mostri, siamo tutti figli, avrebbe detto Goya, del sonno della ragione. Ma nonostante questo pessimismo, alla mostruosità proposta da Miccoli finiamo per abituarci come se possodesse una sostanza non necessariamente teffificante ed opprimente. Ci accorgiamo, cioè, in fondo l'anima più autentica dell'umanità, il suo principale motivo di identità in un universo che sembra essere stato predisposto non da una Grande Ragione, immensa e incommensurabile, ma da un Grande Inconscio, quello stesso inconscio che imperversa nelle fantasie di Miccoli e di tutti noi, che fa produrre a noi mostri altri mostri a immagine e somiglianza delle nostre paure, dei nostri timori primordiali, delle nostre voglie insane. Un modo come un altro per esorcizzare le minacce di una leopardianamente matrigna, come facevano gli ignoti pittori primitivi delle grotte di Altamura.