Phases of a Face - Una, nessuna, centomila

Scritto da Toti Carpentieri.

All’inizio, o quasi, del testo critico elaborato per “With war on my Mind”,

la mostra tenutasi agli inizi dello scorso anno nella Galleria del Palazzo Ducale di Cavallino, e pubblicato sul catalogo Congedo Editore, ad un certo punto scrivevamo: “Preso totalmente dalla figura umana, Arnaldo Miccoli inventa una sequenza di singoli ritratti, quasi una galleria di protagonisti/tipi/emblemi: persone normali, miti, sportivi paludati, donne aggressive, generali pluridecorati, amici, autoritratti, e perfino mostri ...”, per poi continuare richiamando l’attenzione del lettore (e di conseguenza del visitatore della mostra, e/o -invertendo il percorso- viceversa) sulla sua capacità di metterli insieme e di farli dialogare nella costruzione di racconti/messaggi. Ora, nel permanere di un tale interesse dell’artista nei confronti del fare pittura e della figurazione, e in quel riferirsi alla memoria che ci affascina da tempo immemore e che, a distanza di quasi otto lustri, riconferma e ribadisce il senso e il ruolo dei luoghi, nasce questo nuovo incontro a “L’Osanna” di Nardò, costruito tutto sul termine volto, da intendersi quale viso e faccia, ma anche –pur se in senso figurato- quale aspetto, figura, sembianza, fattezze, espressione, lineamenti, carattere, ritratto. Come, appunto, è quello che Arnaldo Miccoli propone tra fisionomie riconoscibili e non, reali ed allusive, immaginarie e interpretative, sollecitando alcune riflessioni sul concetto stesso del ritratto e sulla sua evoluzione, rammentando il suo poter essere intenzionale, simbolico, tipologico, fisiognomico e ricostruttivo. Essendo la denominazione il carattere distintivo dell’intenzionalità, la rappresentazione della virtù quello della simbologia, la particolare pertinenza oggettuale quello della tipologia, la raffigurazione dei tratti somatici quello della fisiognomica, l’invenzione personale se pur basata su informazioni altrui e precedenti quello della ricostruzione. E non è casuale l’aver voluto far precedere il testo di “Phases of a Face” con la citazione di Luigi Pirandello che narra del contemporaneo seppur diseguale esistere di maschere e di volti, e di aver attinto al drammaturgo e scrittore siciliano nel sottotitolo di questo scritto, riportando al femminile (per ovvie ragioni di concordanza di genere) il titolo del suo romanzo apparso a puntate ne “La Fiera Letteraria” oltre novant’anni fa. Ricordando quanto spazio pittorico Arnaldo Miccoli abbia dato alla maschera nel corso della sua lunga attività artistica, ponendoci di fronte, quali soggetti talvolta quali osservatori talaltra, a quel dilemma quotidiano che ci fa rimbalzare dall’essere all’apparire e viceversa, A chi appartengono, allora, i volti ritratti nelle dodici opere di questa mostra (quasi tutte realizzate nel biennio duemilaquindici/duemilasedici, tranne Piercing di ben quattro lustri or sono e Girl with bubble gum di quest’anno), cosa essi raffigurano, a cosa vogliono alludere, e a quali conclusioni ci portano? Uomini, donne (quante presenze femminili a partire dall’indimenticata Lady with rollers di “Verifica 76”), mostri e guerrieri, che, pur riconoscendo quanto dovuto all’arte americana –il lungo permanere dell’artista negli States- rimandano alla tradizione italiana, si propongono tutti secondo un’elaborazione pittorica armonica che riconosce modelli e richiami e che affonda, talvolta, anche nell’autocitazione, conferendo alla costruzione dell’opera e al succedersi e al sovrapporsi delle superfici e delle cromìe, assolutamente non omogenee e quindi non replicate: dal blu variabile all’incarnato, alle modulazioni delle terre, al verde brillante, al rosso variabile capace di trasformarsi in arancio e in ocra, al nero sofferto, la capacità di percorrere traiettorie complesse ben oltre l’immediatezza della lettura. Costruendo/costituendo una sorta di campionario di volti/campioni sovente statici e come straniati, collocabili tutti o quasi in quelle classi tipologiche di cui scrivevamo poco sopra, dal Profilo rosso e Figura con basco rosso (intenzionalità) a L’Argangela e a Catch of the day (simbologia), al Fiorettista e a Soundless (tipologico), al Selfie senza condizione e a La ragazza del treno oltre che a Girl with bubble gum (fisiognomica), a Figura con ventaglio, a Piercing e a Punti di vista (ricostruzione), cui attingere nella formazione dell’immaginario personale. E siamo così, nuovamente, a quel concetto globale dei luoghi dell’anima, tra introspezioni e analisi freudiane o junghiane che siano, tra visionarietà e smarrimento, rammentando come lo stesso volto/profilo possa mutare le sue fasi nello spazio e nel tempo, legato com’è alle infinite variabili che definiscono il secondo e il primo, e al loro essere (le variabili) sovente l’una la funzione dell’altra e/o dell’altra ancora. Ma saprò mai riconoscermi riflesso nello specchio!

Imparerai a tue spese che lungo il tuo cammino

incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti.
(Luigi Pirandello)