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Un Salentino d'America

Scritto da Mimmo Coletti.

Autorità del simbolo, combinazione segreta per entrare nell'universo dei pensieri e delle memorie, in una seconda realtà, diversa, spiazzante, fatta propria

da un diverso modo di vedere le cose. Affiora evidente in Arnaldo Miccoli assieme a un mutato rapporto col mondo la presenza dell'elemento estraneo ed enigmatico.Figure, volti, apparizioni, metamorfosi, Ovidio e Apuleio d'accordo, ma in tempi più vicini Kafka, Gogol, Philip Roth e perchè no? Virginia Wolf nel suo orlando.
Solenne immobilità e una stana inquietudine esistono nella traduzione in tela di spiriti lievi e ora tenebrosi, cupi o per fino sorridenti. Nel respingere ogni riserva di naturalezza, Miccoli trasforma i suggerimenti dell'immagine fenomenica in segni grafici il cui tratto febrile trae dai sotterranei richiami erotici sempre nuovo eccetamento formale. Nel raggioungere un'intenza forma allegorica buon gioco possiede la tavolozza che per ogni artista è sempre una firma di possesso.
Dall'insieme, da un viaggio estetico che si è snodato nei decenni con logiche parentesi, scatti, pulsioni, intuibili ritrosie, balza fuori come una spettrale poesia fantastica, un ritorno alle origini che conduce agli stati d'animo di Alberto Savinio e da qui a Kubin e Meyrink. Arcaica solidità della struttura, atmosfere mai uguali a se stesse, senso di attesa, immobilità dal sapore ieratico e proprio a scandire la suggestione emotiva qua e là si ascoltano echi cari a Kirchner, poi a Picasso, a De Chirico, infine alla Nuova Oggettività, mai nascondendo l'aggancio con certa pittura a stelle e strisce. Episodi, sicuro. Nel concerto dei segni e delle cromie, Miccoli impegna se stesso in un orizzonte diverso, non soggiace a voci nè le subisce, semmai le innesta in un circuito mnemonico per restare sempre fedele al suo dettato. Scontato pare aggiungere il tocco del primitivismo che si trasforma in lapidaria sintesi dell'uomo, ma il resto, tutto davvero, è un interrogativo che l'artista pone. Difficile rispondere, arduo trovare la stella polare della sua navigazione. Non rimane che osservare fissità e pallori, lampeggiamenti e mute occhiaie, trasformismi catafratti in guerrieri senza data. Raffinato ingannatore, Arnaldo Miccoli recita il suo poema dai mille capitoli. Il compito è sfogliarli dal primo all'ultimo.